mercoledì 26 marzo 2014

Let it Be

La soffitta era buia e umida come la ricordava. L’odore di chiuso era predominante, tanto che la prima azione istintiva fu quella di aprire le finestre, per far entrare un po’ d’aria, seppur gelida.

Accese una candela, la luce elettrica sarebbe stata troppo invadente. La radio era dove l’aveva lasciata l’ultima volta, con il CD al suo interno e la spina inserita.

Mentre John e Paul intonavano i primi versi, posò il cellulare sulla scrivania e iniziò a spolverare le vecchie librerie. Si lasciò invadere dai ricordi, sempre i soliti, sempre così pieni di vita.

Sulle note di "Let it Be", il cellulare emise un piccolo suono, una nuova e-mail ricevuta.

Lavoro pensò mentre scorreva il contenuto del messaggio. Era così strana, quella parola, pronunciata nella sua testa. Lavoro. Un po’ perché gli avevano detto che sarebbe stato difficile, se non impossibile, per lui, raggiungere determinati obiettivi. Un po’ perché faceva ciò che amava e più che lavoro si trattava di piacere, un immenso piacere misto ad una punta di sano orgoglio.

Posò lo sguardo istintivamente verso il divano, trovandolo vuoto. Si accomodò ai suoi piedi, incrociando le gambe. Mise la candela a terra, sopra vecchie macchie di cera. Aprì il volume, un cartonato di quasi 200 pagine. Il segnalibro era dove l’aveva lasciato, poco prima di pagina 100.


Iniziò a leggere ad alta voce. Una storia vecchia che non lo stancava mai.

Sentì degli occhi commossi su di lui, alzò lo sguardo. Il divano era occupato, si scambiarono un sorriso.

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