mercoledì 15 giugno 2011

In Florida si beve birra tedesca


Dirk Nowitzki, classe 1978, Jason Kidd classe 1973, Peja Stojakovic classe 1977, Jason Terry classe 1977, Shawn Marion classe 1978. Buona parte dei Dallas Mavericks stagione 2010/2011.
Dwane Wade classe 1982, Lebron James classe 1984, Chris Bosh classe 1984. I big Three di Miami, tre giocatori che qualunque tifoso vorrebbe nella propria squadra.
Miami e Dallas si sono ritrovate di fronte per le finali del campionato NBA e, nonostante tendenzialmente preferisco le squadre giovani, sono stato dannatamente contento nel vedere quei “vecchietti” infilarsi l'anello al dito, con tanti saluti a Miami e al suo dream team.
C'era una volta una lega dove forse contava più quello che c'era scritto davanti alla canotta rispetto al nome che portavi dietro, un tempo in cui Chicago poteva far rima solo con Jordan, Houston con Olajuwon, Utah con Malone, Seattle con Payton e via dicendo.
L'NBA di allora era bella perché un giocatore dal grande talento legava indissolubilmente il suo nome a determinati colori, provava a se stesso a tutti gli altri di essere un campione portando quegli stessi colori più in alto possibile, sfidando avversari che facevano altrettanto in diverse città.
Poi qualcosa cambiò, forse passò il concetto che se non si vinceva il titolo allora si era per forza di cose perdenti, forse quello stesso titolo ha acquistato un valore maggiore col tempo, fatto sta che diversi All-Star giunti nei pressi del ritiro iniziarono a pensare a squadre “a tavolino”, cercando franchigie già competitive da rinforzare ulteriormente.
Andando a memoria mi vengono in mente gli Houston Rockets stagione 1994/1995, dove oltre alla stella indiscussa Olajuwon trovarono casa Clyde Drexler e Charles Barkley, due grandissimi giocatori che non erano mai riusciti a vincere un titolo. Le tre stelle dei Rockets, tutte ormai sulla via del ritiro, non riuscirono nell'impresa per via dell'ostacolo Utah Jazz che li eliminò in finale di Conference.
Diversi anni più tardi (stagione 2004/2005) i Los Angeles Lakers della coppia Kobe Bryant e Shaquille O'Neil videro il loro roster arricchito di Gary Payton e Karl Malone, due senatori della lega entrambi privi di anello.
In finale trovarono però quella macchina perfetta che erano i Detroit Pistons, che senza troppe difficoltà rifilò ai losangelini un secco 4-1.
Proseguendo in ordine cronologico veniamo ai Boston Celtics versione 2007/2008, con Kevin Garnett e Ray Allen a far compagnia a Paul Pierce nella caccia al titolo, che giungerà immediatamente, per poi sfuggire nelle stagioni successive nonostante l'entrata nella franchigia di altri All-Star come Rasheed Wallace, Jermaine O'Neil e Shaquille O'Neil.
Giungiamo infine all'estate del 2011, quando a Miami si da' forma all'ennesima franchigia disegnata a tavolino. Diversamente da tutti i precedenti però, qui si tratta di tre giocatori giovani, nei loro momenti migliori, tutti e tre giustamente considerati tra i migliori della loro generazione.
Mi è sempre sembrata una scorciatoia, una via di fuga troppo facile questo modo di agire. Vivere un'intera carriera da protagonista assoluto con dei colori poi, quando ci si rende conto degli anni che passano, si fanno due conti, si chiama qualche amico e si decide di provare a vincere il tanto agognato anello. Figuriamoci poi se tale scelta si compie non superati i 30 anni, ma a 26-27, quando cioè un giocatore è nel pieno della sua maturazione professionale.
Che nello sport professionistico in generale i giocatori “bandiera” di una squadra siano elementi in via di estinzione è una cosa sotto gli occhi di tutti, nonostante ciò però dispiace sempre vedere due fenomeni che anziché puntare su loro stessi e dimostrare di essere campioni risollevando le sorti di una squadra mediocre, preferiscono fare due conti, allearsi con i loro avversari e costruire una macchina sulla carta perfetta. Ma nella vita si sa, si butta un sacco di carta nella spazzatura.
Per queste e per altre ragioni (tra cui il fatto che non mi sono mai piaciuti i ragazzini viziati) mi è sembrato giusto brindare con una bella birra tedesca alla vittoria dei Mavs, trovo che ci sia qualcosa di romantico e, perché no, di giusto nel fatto che questo titolo l'abbia vinto Dallas, che da diversi anni fa rima con Nowitzki.

3 commenti:

  1. Condivido quasi tutto ciò che hai detto, ma secondo me hai dimenticato un elemento essenziale: i soldi! Oramai non ci sono più sportivi "bandiere" in nessuno (o quasi) sport, non solo per voglia di vincere, ma anche per questioni di denaro. E di esempi ce ne sarebbero tantissimi: basta vedere chi va a giocare a calcio in campionati di bassissimi livelli (vedi Emirati Arabi e Stati Uniti) nonostante la loro fama.
    Stefano

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  2. I soldi non li ho trattati di proposito, perché mi sembrava un argomento abbastanza scontato quando parlavo delle bandiere in generale.

    Nel caso dell'NBA però c'è da dire una cosa: a fine stagione i vertici di tutte le squadre si incontrano per decidere il cosiddetto Salary Cap, ovvero la somma che tra ingaggi e operazioni di mercato ogni squadra deve spendere per la stagione successiva. Il Salary Cap è ovviamente lo stesso per tutte le squadre, quindi il fattore economico nel caso dei Miami c'entra poco (James e Bosh si sono anche ridotti lo stipendio!), e così per la maggior parte degli esempi fatti.
    Volevano solo far parte della squadra più forte per vincere il titolo.

    Poi vabbè negli altri sport è pazzesco, basta pensare ai mitici sceicchi del Man City che comprano di tutto di più offrendo il mondo, manco io a PES!

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  3. Però i soldi non derivano solo dagli ingaggi. Ovviamente, andando a giocare in una squadra più forte, aumentano di conseguenza anche gli sponsor, le possibilità di farsi pubblicità e tutta una serie di vantaggi economici non diretti. Penso che questa cosa esista in ogni sport, in alcuni più e in alcuni meno. Poi gli sceicchi sono grandiosi, almeno rendono l'estate movimentata parlando di soldi spesi a cavolo :D Quasi più divertente del mercato di Pes!
    Stefano

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